Oggi non è che innocui coriandoli e risate di bimbo, ma «Povero Piero», il fantoccio incenerito dal carnevale trezzese, ha trascorsi ben più torbidi. A imbottirne di paglia la pelle di sacco erano, nell’Ottocento, i contadini delle cascine, coinvolti così nella vita paesana. Il fantoccio veniva arso su una pira nell’attuale piazza Libertà, prima che negli anni Venti la cerimonia venisse trasferita in Valverde (davanti al castello) e, quindi, lungo l’Adda. È qui che ogni anno la Pro Loco accompagna alla scoperta dell’esecuzione il Piero, che l’associazione stessa costruisce sotto l’esperta regia di Mario Panzeri. Accendendo una luce nel buio, quel rogo paganeggiante incoraggiava la primavera a tornare vittoriosamente dopo l’inverno: pire simili ardevano propizie perché il tempo si curvasse e il ciclo stagionale rinascesse oltre le soglie del freddo e della morte.
Per il suo carattere rituale e agreste, anche il «Povero Piero» esibì un anticlericalismo più “acceso” tra Otto e Novecento, all’epoca dei sindaci liberali e “framasun” (massoni). Il battesimo stesso del pupazzo sembra una maliziosa variazione sul simbolo dell’autorità pontificia (San Pietro), spogliato della santità e della croce (cioè la «t»). Per giunta vestito in nero tonaca, il simulacro veniva arso il sabato sera seguente al Martedì Grasso, con cui chiude carnevale il Rito Romano officiato dalla parrocchia trezzese. L’accusa era precisa: non alla religione ma al clero che, infatti, contrastò invano la sacrilega iniziativa.
Mons. Giuseppe Grisetti, il sabato del «Piero», indiceva Adorazioni Eucaristiche e radunava i giovani in oratorio, predicava che compiacersi delle maschere in corteo era peccato: la regola 31 del disciplinare edito dall’Oratorio cittadino (1894) proibiva di indossarle. Il che non impedì ai Trezzesi di sfregare il blasfemo zolfanello fino al 1960, quando la tradizione si spense anche per intervento delle amministrazioni democristiane.
Dal 1976 a rinfocolare la cerimonia, ormai purgata da ogni anticlericalismo, furono alcuni giovani ispirati al bar dai racconti di «Curunèll dal Biba». Dopo questo risveglio, il carnevale trezzese si è popolato di clown e stupori pirotecnici. Un tempo sguinzagliava carri allegorici simboleggianti i diversi mestieri, scanditi per corporazione; mentre una fila di anziane, agghindate a lutto, tallonavano il «Povero Piero» intonando tre volte «E’ mort al Piero.. brum brum, brum brum – e quindi – Sé! L’è mort al lazarum!». In maschera si regolavano a bastonate anche i conti in sospeso. E, specie nel secondo Dopoguerra, brillò qualche coltello durante le sfilate. A concludere il rogo era la scalata all’albero della cuccagna.
Il Mercoledì delle Ceneri, invece, Trezzo allestiva un «Carnevale dei Pescatori»: con le loro lunghe canne, scorrazzavano per le vie cittadine. All’amo penzolavano aranci, mandarini e acciughe per saziare i marmocchi più svelti.
A fornire la più ispirata interpretazione del «Povero Piero» è stato il regista Adolfo Milani: trezzese d’adozione e autore de «Il paese di Piero». Tutti si chiamano così e di Piero sono padri, nipoti e figli in una scolorita città che può essere tutte le altre. Non c’è il migliore o il peggior Piero da chiamare senza che si voltino tutti gli altri «e persino i defunti, sotto le lapidi tutte uguali, si chiamano tutti Piero». Almeno finché un pompiere, l’ennesimo Piero, si stanca d’essere «un fagiolo nel minestrone di fagioli» e dal pozzo della memoria estrae un battesimo altro: Pompeo. Lo porta nel comunismo dei nomi, sentendosi singolare, una macchia d’azzurro. Al giudice che lo condanna per diversità, Pompeo grida: «Io conservo la mia identità proprio perché il mio nome è Pompeo. E in questo modo anche lei diventa diversa da me. Non le piace essere diversa?». Verrà arso vivo sull’Adda ma, alla luce di quella pira, ciascun Piero si sveglia dal conformismo: sceglie un nome e una diversità. Solo qualcuno mantiene quello di Piero, che ormai è il più originale.