Genetista e cattedratico all’Istituto romano di Frutticoltura, Alberto Pirovano (1884-1973) ricordava bene le serre di Vaprio dove il padre Luigi, nel 1899, realizzò il suo primo celebre incrocio di vite: un innesto sul Moscato d’Amburgo, dedicato al nonno Angelo. Allora Alberto aveva solo quindici anni, ma già ben comprese la lezione che avrebbe portato con sé per tutta la vita e che, con immutato vigore, avrebbe poi insegnato: la natura si comanda solo obbedendole, studiandone e rispettandone le leggi e le varietà.
Ai vivai di Vaprio, Alberto studiava l’indole dei singoli vitigni prima di sottoporli alla forza dell’elettricità per l’innesto. Così nacquero le uve ibride, 225 varietà alle quali fu dato il cognome Pirovano, da lui accuratamente elencate in un catalogo corredato da un servizio fotografico: in copertina, l’Incrocio 46 — la celebre Delizia di Vaprio — ottenuta nel 1908 dall’unione tra lo Zibibbo e la Bianca di Forlì, messa in commercio nel 1927.
Oltre al numero 46 e entrambi esposti all’elettricità, l’innesto Pirovano più felice fu il 65, l’uva Italia, nata dall’unione tra Bicane e Moscato d’Amburgo: una varietà che unisce sapore, bellezza e resistenza.
Ad Alberto, che assurge a fama internazionale, Vaprio dedica la biblioteca comunale. Sul parco di via Don Moletta, è ancora terrazzata una vigna didattica di Delizia, che testimonia la dedizione Pirovano alle terre del Lungadda, e in effetti, se la tavola può essere anche una tavolozza, le uve sono i colori più antichi della valle abduana. Solo sul finire dell’Ottocento, la fillossera — un insetto devastante — aggredisce alla radice questa cultura millenaria: fu solo grazie alla tenacia dei nuovi innesti che i grappoli tornarono ad arrotondarsi lungo le rive del fiume.