Una sala da bridge e due salette per la conversazione, al piano terra; al primo, un salone da banchetti e venti altre camere per i pensionanti, persone d’Oltralpe, che prestavano consulenza a Crespi d’Adda o smerciavano sui binari italiani le locomotrici smesse dalla Germania. L’antica ospitalità dell’Albergo Trezzo, oggi Hotel Villa Appiani, accoglieva così una piccola élite cosmopolita. È documentato che, nel 1951, vi alloggiavano tre viennesi e un francese di passaggio. Ma al civico 4 della Valverde persino il Principe di Savoia aveva sostato negli Anni Venti.
L’Albergo Trezzo, proprietà Appiani, affiggeva la sua insegna già nel 1889, quando a gestirlo era Giuseppe Gervasoni. Zio Enrico Redaelli (1834-1893), ingegnere mezzaghese, acquistò l’edificio perché i nipoti Rinaldo (1865-1932) e Giovanni (1867-1931) lasciassero l’attività di carrettieri brianzoli all’imbarco per le Americhe dello scapestrato papà Battista. Dei due, il minore era produttore di acque gassate. Rinaldo diresse invece l’Albergo Trezzo nella cui cucina brigava la moglie colnaghese Angelina Giani detta "Gina".
Macerava la trippa fin da giovedì per imbandirla al lunedì del mercato, apparecchiando pescetti e tinca marinata soprattutto di venerdì, o quando i pescatori della Valverde e dalle cascine rincasavano con qualche ittica prelibatezza. Per santa Teresa, l’Albergo Trezzo profumava di piccola cacciagione con polenta. Il giorno dei Morti, nelle pentole borbottava una minestra d’orzo con la cotica. Perlopiù ai raduni degli impiegati Taccani, Gina frollava la lepre in vasi di terracotta, freschi di vino speziato e verdure.
Nell’ospitalità dell’Albergo Trezzo intingevano il pane anche l’architetto Antonio Carminati o pittori di grido quali Giuseppe Milanesi, Cesare Tallone e Giovanni Colombo da Busnago (1908-1972), che onorava il conto coi quadri affissi alle pareti; magari vendendoli pure in cortile. Si lasciavano ispirare tutti dal vino rosso Oltrepo o Moniga, Bardolino chiaretto e bianco Lugana. I pianoforti (a coda e non) venivano accordati dal Villa, detto “S’cepapiani”, in proemio alle danze domenicali che invitavano il popolo all’Albergo Trezzo, altrimenti frequentato perlopiù dopocena da maggiorenti trezzesi, che non si stringevano la mano destra sul campo da bocce, ma nelle salette raccolte al piano terra. Della recente Unità italiana conservavano l’accento anticlericale, assestandolo al rito del carnevale trezzese, che già inceneriva un tradizionale fantoccio. Non a caso, presero il simbolo dell’autorità pontificia (san Pietro) e gli tolsero la legittimità della croce (cioè la "t").
Il nome che ottennero lo imposero a quel pupazzo, vestito di nero-tonaca e dichiarato povero. Gli ignari contadini l’avrebbero arso su una pira, per giunta il sabato sera seguente al Martedì Grasso, con cui chiude il carnevale il Rito Romano officiato dalla parrocchia trezzese. L’accusa era precisa: non alla religione ma al clero che infatti contrastò invano la sacrilega iniziativa, poi ripulita di ogni malizia.
Ruspante e laboriosa, la Valverde trasformava le salite in discese: era popolata di massoni e filosofi calzolai, indicendo tornei di tamburello che rimbalzavano palline sull’acciottolato. Enrico Redaelli (1908-1964), che fu vice del sindaco DC Umberto Villa, specchiava bene questa esuberanza: subentrò al padre Rinaldo già nel 1932, rischiò clandestine navigazioni da Lecco in tempi bellici per garantire carne e sale alla mensa dell’albergo Trezzo. L’infelice posizione, alla spalla del ponte trezzese, espose l’esercizio al bivacco dei soldati. Al valico di queste difficoltà lo affiancava la moglie Maria Giussani, che consegnò l’esercizio alla terza gestione dei figli Rinaldo e Carlo Redaelli fino alla cessione (1980). Ma ora, dopo l’abbandono, è tornato il vino nuovo nelle antiche cantine dell’Albergo Trezzo diventato Hotel Villa Appiani.
VIlla Appiani è una location per eventi e un boutique hotel. Segue orari di apertura regolari ma l'accesso al luogo è consentito esclusivamente a clienti e ospiti.