È domenica 19 marzo 1589. In una camera da letto silenziosa ma affollata, a Trezzo, sette testimoni e tre notai (quello rogante viene da Vimercate) parlano a mezza voce. Qui, Vincenzo Cusani, anziano sacerdote e discendente di una nobile casata, riformula le sue ultime volontà. Il testatore nomina eredi le nipoti Gregori e dispone di essere sepolto nella parrocchia trezzese presso l’altare di Sant’Antonio. Ma perché tanto seguito attorno a un letto di morte?
La risposta sovviene istantanea ripercorrendo la storia della figura di Vincenzo, ma anche della Cascina Rocca, cuore pulsante della genealogia Cusani. Un tempo residenza della famiglia, la Rocca era più di una dimora: era presidio, luogo d’economia e simbolo di continuità. Fu qui che Vincenzo trascorse l’infanzia con i fratelli e le sorelle – Laura, Polissena, Andrea, Francesco, Angelo, Antonio – sotto la guida del padre Florio e della madre Pace da Bottanuco. La casa si affacciava sull’Adda e disponeva persino di un traghetto privato, a conferma della sua centralità e della sua apertura al territorio.
Nel corso degli anni, i Cusani ne amministrarono i beni con assoluta disciplina. Un documento del 1523 ci racconta di Andrea, che saldò un debito di 20 lire con il canonico milanese Giovanni Pietro Qualea, il quale in quegli anni promuoveva la costruzione della chiesa di Concesa. E nel 1563 Vincenzo stesso, insieme al fratello Angelo, alienò una porzione della proprietà all’erede del settimo fratello, Antonio. I cugini, invece – don Francesco, Bartolomeo, Gerolamo – pur vivendo a Milano, conservarono un legame con la casa, come risulta dalla divisione delle parti avvenuta nel 1522.
La Cascina Rocca, con i suoi ambienti – camere, portico, colombaia, torchio, cantina, vigne e orti – rappresentava una micro cittadella rurale, un “castello minore” di Trezzo che rifletteva lo status e le funzioni civiche dei Cusani. Non a caso, già negli anni Settanta del Quattrocento, il nonno Francesco ricopriva la carica di podestà del borgo, stringendo un’alleanza con i Santi, altra famiglia di spicco. Non si trattava solo di sangue nobile, ma di un intreccio di cariche pubbliche, devozione religiosa e gestione patrimoniale.
Oggi, la Cascina Rocca non è solo un edificio sopravvissuto ai secoli. È un custode silenzioso delle memorie civili e spirituali di famigli che seppero incarnare – nella vita, nella fede, e persino nel morire – la lunga durata di un’identità radicata e autorevole.
Le cascine sono proprietà privata, ma siamo sicuri che, se userete il dovuto rispetto e la giusta premura verso i loro abitanti, nessuno vi rimprovererà per uno sguardo curioso.