Quello che oggi è un elegante complesso residenziale in Via Contessa Lina Castelbarco, un tempo ospitava un'antica Filanda vocata alla lavorazione del baco da seta. Nella sua parte più nobile, l’edificio ha conservato le tracce autentiche del suo passato: come testimone silenzioso resta la ciminiera in mattoni rossi, un segno tangibile di un passato di operosità che ha contribuito a plasmare l’identità del luogo, eco visibile di un’epoca di fatica e di speranza.
Questo angolo di Imbersago racconta una pagina fondamentale del grande passaggio dall’agricoltura all’industria, una transizione che, in Lombardia, ha radici antichissime. Già nel Quattrocento, infatti, Ludovico il Moro — il cui soprannome stesso richiama il "moro", nome popolare del gelso — aveva promosso la piantumazione dei gelsi in tutta la regione, gettando le basi per la fiorente attività della gelsibachicoltura.
La vita della Filanda iniziava nei cortili delle cascine, dove, in primavera, con l’arrivo della festa della Madonna del Bosco, si acquistavano le uova di baco. L'allevamento delle larve, un compito delicato e paziente, culminava nella formazione dei preziosi bozzoli, che venivano poi consegnati alla filanda per la lavorazione finale. Il patrono della gelsibachicoltura era Giobbe, la figura biblica più paziente dell’Antico Testamento, per via della lunga fatica richiesta a chi allevasse i bachi da sera. Il padrone della terra con le piante di gelso, nonché della cascina o della corte rustica, anticipava le spese per l’acquisto delle uova di baco. A lui si riconosceva l’intera proprietà della foglia che il contadino utilizzava per allevarli. Dopo che il baco aveva intessuto il bozzolo di seta attorno a sé, quei bozzoli venivano venduti: detratte le spese iniziali, la cifra ottenuta si divideva tra il padrone e il contadino.
Dentro le mura oggi silenziose dell’ex-Filanda, un tempo riecheggiava il ritmo incessante delle mani femminili, spesso giovanissime, immerse in un lavoro duro e insidioso. I bozzoli, raccolti a mucchi, venivano immersi in caldaie di acqua bollente; le dita, nude e instancabili, dovevano catturare il sottile “capo” del filo senza spezzarlo, mentre l’aria si saturava di vapore caldo misto all’odore della lavorazione.
La Filanda era molto più di un luogo di lavoro: era uno spazio di comunità, di storie condivise. È anche grazie a questi luoghi — e a chi vi ha lavorato con umiltà e forza — che si è compiuto il grande salto verso la modernità, lasciando un’eredità di resilienza e ingegno che ancora oggi ci parla.