Nella quiete del paesaggio brianzolo, Villa Pia si erge a Porto d’Adda, frazione di Cornate d’Adda, come un’autentica testimone della storia sociale e artistica del primo Novecento italiano. Inizialmente edificata nel 1902 dalla famiglia Monzini, noti imprenditori lombardi, la Villa nasce come una sobria residenza rustica nei pressi di un antico casino di caccia. Sarà solo negli anni successivi che la dimora si trasformerà nel cuore pulsante di una narrazione straordinaria.
Nel 1924,infatti, la proprietà dai Monzini passa agli Albanese, industriali tessili di rilievo che la donano alla figlia Pia, sposa dell’intraprendente Guido Rossi. È proprio Pia a infondere alla Villa l’anima che ancora oggi la pervade: donna di grande cultura, profonda religiosità e sensibilità artistica, segue personalmente una sontuosa ristrutturazione che trasforma l’edificio in una residenza ornata da raffinatissimi stucchi, affreschi, colonne e fontane, inserita in un parco paesaggistico curato con maestria.
Ribattezzata “Villa Pia” in onore della sua nuova proprietaria, la dimora diventa ben presto luogo d’incontro di personalità religiose, industriali e culturali, grazie anche all’ospitalità generosa e discreta dei coniugi Rossi.
Con l’ombra lunga della Seconda guerra mondiale, però, Villa Pia si ritira presto in una calma rarefatta. Le risate degli ospiti si fanno più rade, la frenesia degli affari si attenua, e la Villa — come i suoi padroni — riscopre una quiete interiore. Guido e Pia Rossi, ora liberi dai ritmi vorticosi della vita industriale, trovano rifugio nella contemplazione. È nella chiesa parrocchiale di Porto che trascorrono le loro giornate più serene, seguendo con crescente emozione i progressi degli affreschi che avevano contribuito a commissionare.
Il 1° febbraio 1945, Donna Pia si spegne, lasciando un vuoto che nemmeno l’arte può colmare. Guido, rimasto solo, ritroverà compagnia qualche anno dopo sposando una gentildonna fiorentina, anch’essa custode di una villa in Toscana, a testimonianza di un destino intrecciato tra bellezza e memoria. In un gesto di continuità affettiva, Guido Rossi cede Villa Pia a Ottavia Mellone, vedova Vitagliano, amica di lunga data e assidua frequentatrice della Villa sin dagli anni ’20. Ottavia, imprenditrice lungimirante nel mondo dell’editoria insieme al defunto marito Nino e ai loro figli Rossana e Giovanni, darà nuova vita al luogo: sarà proprio lei, con il suo spirito generoso, a trasformare la residenza privata in una casa per l’infanzia fragile. Dal 1954 al 1967, infatti, la Villa diventa colonia estiva per bambine con disabilità, gestita dal Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano. Alla morte della nuova proprietaria, nel 1974, Villa Pia viene suddivisa tra i suoi nipoti. Una parte, con i rustici e metà del parco, sarà ceduta a privati; l’altra — contenente la Villa, la guardiania e il resto del parco — sarà amorevolmente restaurata e abitata da Carlo Vitagliano, custode della memoria familiare. Eppure, la memoria più tenera è quella che riguarda Giacomo e Maria, i custodi storici. In un gesto di riconoscenza autentica, la famiglia Rossi stabilisce per loro una clausola: vivere nella Villa fino alla fine dei loro giorni. Una promessa di gratitudine che affonda le radici nei tempi in cui, prima ancora di Villa Pia, quel luogo era noto come “Villa Carlotta”, eretta nel 1902 accanto al vecchio casino di caccia dei Monzini, in onore di una donna amata.